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Non costituisce abuso del diritto l’aumento del volume per il rinforzo antisismico dell’edificio.

La Sezione sesta del Consiglio di Stato ha risolto un’annosa questione che ha contrapposto Comune, progettisti e direttore dei lavori. La vicenda riguarda la demolizione e la costruzione di un nuovo fabbricato destinato a residenza civile, in un’area soggetta al vincolo paesaggistico.
In sede di esecuzione del progetto, per motivi di natura tecnica (e cioè il raggiungimento di un corretto equilibrio statico), l’edificio veniva realizzato con alcune varianti in corso d’opera non autorizzate. In particolare, i funzionari comunali accertavano una maggiore altezza dell’edificio di circa 90 cm, un ampliamento del corpo scale, un diverso posizionamento di alcune finestre e modifiche di finiture pertinenziali.
Le difformità rilevate dal Comune riguardavano una duplice violazione, la realizzazione di un abuso edilizio e il mancato rispetto delle norme paesaggistiche. Tale essendo la situazione di fatto, gli architetti provvedevano immediatamente a regolarizzare ciò che ritenevano un’abusività marginale, presentando domanda di variante in corso d’opera e, contestualmente, domanda per ottenere il permesso di costruire in sanatoria e l’autorizzazione paesaggistica in sanatoria. Mentre tali permessi venivano negati ai tecnici, i proprietari, frattanto, riuscivano ad ottenere l’accertamento di compatibilità paesaggistica ex art. 167 d.lgs.vo n. 42/04.
Sancita la compatibilità paesaggistica, il Comune concedeva la sanatoria, subordinandola però al pagamento di una massiccia sanzione (oltre 250 mila euro), di cui una parte era stata calcolata a titolo di abuso edilizio (presupponendo la realizzazione di superfici utili) e un’altra a titolo di abuso paesaggistico.
Pur di sanare definitivamente l’opera ormai realizzata, i proprietari decidevano di versare l’intera somma nelle casse comunali. Tuttavia, ritenendo palesemente illegittimo il metodo di calcolo delle sanzioni, ricorrevano innanzi al Tar avverso il provvedimento comunale. Contestualmente, a fronte del danno patito, insorgevano nei confronti del progettista e del direttore del lavori con azione di risarcimento.
In accoglimento delle doglianze attoree, il Tar annullava il provvedimento comunale. Secondo il giudice di prime cure, infatti, la sanzione non doveva essere calcolata sulla base della maggiore cubatura realizzata, bensì in base al “maggior importo tra danno arrecato e profitto conseguito”.
Ciononostante, il Comune adottava un secondo provvedimento che, quanto al metodo di calcolo della sanzione, era perfettamente sovrapponibile al precedente provvedimento annullato dal Tar. Ancora una volta, i proprietario decidevano di tutelare le proprie ragioni innanzi al Tar, chiedendo e ottenendo l’annullamento anche di tale secondo provvedimento comunale.
Il comune, allora, finiva per impugnare tale pronuncia innanzi al Consiglio di Stato, adottando nelle more del giudizio di appello un ulteriore provvedimento che riduceva la sanzione pecuniaria a poco meno di 100 mila euro (importo comprensivo dei soli costi di demolizione e ricostruzione del fabbricato).
La Sesta Sezione del Consiglio di Stato, con una pronuncia del 18 novembre 2016, ha definitivamente risolto questa articolata vicenda, che si è trascinata per oltre dieci anni: “Dirimente in proposito, ad avviso del Collegio, è una considerazione di natura innanzi tutto logica prima ancora che giuridica. Il Comune, posto che nella fattispecie, per la determinazione della sanzione da irrogare, si doveva calcolare esclusivamente la componente “profitto” – esclusa essendo, incontestatamente fra le parti, la necessità di sottrarvi la componente “danno”, dato che, infine, gli interventi eseguiti sono risultati paesaggisticamente compatibili – si è convinto che, allora, tale “lucro” si dovesse misurare secondo una logica commerciale e di mercato. L’aumento dimensionale dell’edificio è stato esclusivamente volumetrico ed “esterno” – ed anche questa è circostanza non controversa – giacché non s’è verificata né maggiore volumetria utile interna né maggiore superficie utile interna. In parole povere, solo i limiti esterni dell’edificio si sono “ingrossati”. E questo si spiega bene sol che si consideri che, nel caso in esame, all’edificio sono stati aumentati i volumi delle strutture portanti e di solaio come conseguenza di un voluto adeguamento antisismico dell’immobile (adeguamento che può in effetti determinare ispessimenti). Perseguendo l’intento, dunque, il Comune si è posto nella logica di dover tramutare comunque in superficie metrica la maggior volumetria riscontrata nell’edificio per poi ricavare il valore economico di tale maggiore superficie. Tutto questo, però, in palese e dichiarata prospettiva meramente “virtuale”, posto che evidentemente all’interno dell’immobile non era stata ricavata maggiore superficie utile”.
A ben vedere, dunque, il Consiglio di Stato ha affermato che la sanzione pecuniaria non doveva essere calcolata sulla base del profitto conseguito dai proprietari a seguito della realizzazione della maggiore altezza del fabbricato. Tale sanzione non doveva tenere conto del danno, poiché l’intervento è risultato compatibile con il vincolo paesaggistico esistente. Nel caso di specie, l’abuso è consistito nella realizzazione di un modesto maggior volume che, peraltro, non ha comportato né la realizzazione di una maggiore superficie utile né un beneficio per i proprietari, se non in termini di maggiore sicurezza. Le varianti in corso d’opera hanno determinato solo ed esclusivamente un incremento dello spessore delle mura portanti e dei solai, resosi necessari per rendere il fabbricato antisismico.
Avv. Serena Viola