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L’equo compenso per le prestazioni professionali: decreto legge 16 ottobre 2017, n. 148, art. 19-quaterdecies.

Lo scorso 30 novembre la Camera dei Deputati ha approvato la questione di fiducia posta dal Governo sull’approvazione, senza emendamenti ed articoli aggiuntivi, del disegno di legge di conversione del decreto legge 16 ottobre 2017, n. 148. Il testo coordinato del decreto legge è stato pubblicato in G.U. n. 284 del 5/12/2017 ed è entrato in vigore immediatamente con la pubblicazione.
In tale corpo normativo particolare rilievo riveste la norma di cui all’art. 19-quaterdecies, che introduce l’art. 13-bis nella legge 31 dicembre 2012, n. 247 in materia di equo compenso per le prestazioni professionali degli avvocati. Nonostante la rubrica dell’articolo 13-bis cit. faccia espresso riferimento solamente agli avvocati, la norma si riferisce a tutte le professioni - ordinistiche e non -, in virtù dell’estensione operata dal comma 2 del medesimo articolo.
Andando con ordine, in via generale, l’art. 13- bis reca una disciplina sull’equo compenso delle prestazioni forensi applicabile nei rapporti professionali regolati da convenzioni aventi ad oggetto lo svolgimento (anche in forma associata o societaria) delle attività in favore di imprese bancarie e assicurative, nonché di imprese non rientranti nelle categorie delle microimprese o delle piccole o medie imprese, come definite nella raccomandazione 2003/361/CE della Commissione, del 6 maggio 2003 (art. 13-bis, co. 1).
Segnatamente, per equo compenso deve intendersi quello “proporzionato alla quantità e alla qualità del lavoro svolto nonché al contenuto e alle caratteristiche della prestazione”, tenuto altresì conto dei parametri determinati dal decreto del Ministro della Giustizia per la determinazione dei corrispettivi. L’operatività del principio di equo compenso è assicurato anche con riferimento all’opera professionale svolta in relazione ad incarichi conferiti dalla Pubblica Amministrazione. Più in particolare, ai sensi dell’art. 13-bis co. 3, “La pubblica amministrazione, in attuazione dei principi di trasparenza, buon andamento ed efficacia delle proprie attività, garantisce il principio dell’equo compenso in relazione alle prestazioni rese dai professionisti in esecuzione di incarichi conferiti dopo la data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto”. È dunque preclusa la possibilità per la Pubblica Amministrazione di accettare prestazioni con compensi inferiori a quelli fissati nei decreti ministeriali. Ne deriva che, tramite la disposizione in esame, viene sottratta alla libera contrattazione tra le parti la determinazione del compenso dei professionisti (ancorché solo con riferimento a determinate categorie di clienti).
L’art. 13-bis co. 4 precisa, inoltre, quali clausole contenute nelle convenzioni sopra indicate devono considerarsi vessatorie. Sono tali le clausole che determinano, anche in ragione della non equità del compenso pattuito, “un significativo squilibrio contrattuale” a carico del professionista. Tale norma di carattere generale viene altresì corroborata dalle previsioni del successivo comma 5, che considera sempre vessatorie le clausole che, ad esempio, comprendono:
1) la facoltà per il cliente di modificare unilateralmente le condizioni del contratto;
2) l’attribuzione al cliente della facoltà di rifiutare la stipulazione in forma scritta degli elementi essenziali del contratto;
3) la possibilità per il cliente di pretendere prestazioni aggiuntive che il professionista deve eseguire a titolo gratuito;
4) l’anticipazione delle spese relative all’incarico a carico del professionista;
5) la rinuncia da parte del professionista al rimborso delle spese direttamente connesse alla prestazione dell’attività professionale oggetto della convenzione;
6) la previsione di termini di pagamento superiori a sessanta giorni dalla data di ricevimento da parte del cliente della fattura o di una richiesta di pagamento di contenuto equivalente.
Da tale presunzione deriva che è onere della parte che intende rilevare la non vessatorietà di una clausola dimostrare che la stessa è stata oggetto di specifica trattativa e approvazione. Tale regola, comunque, non opera con riferimento alle sopra citate ipotesi sub 1) e 3), le quali si considerano vessatorie sic et simpliciter. Ai sensi dell’art. 13-bis, co. 8, le clausole vessatorie sono nulle. Tale nullità tuttavia non si estende all’intero contratto, che rimane valido per il resto. Infine, come precisato dalla norma, “La nullità opera soltanto a vantaggio dell’avvocato [del professionista]”.
Come già evidenziato, l’art. 19-quaterdecies, co. 2, estende espressamente la disciplina anzi commentata “alle prestazioni rese dai professionisti di cui all’articolo 1 della legge 22 maggio 2017, n. 81, anche iscritti agli ordini e collegi, i cui parametri ai fini di cui al comma 10 del predetto articolo 13-bis sono definititi dai decreti ministeriali adottati ai sensi dell'articolo 9 del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27”.
A questo proposito, va segnalato che l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, nell’esercizio dei poteri di cui all’articolo 22 della legge 10 ottobre 1990 n. 287, nella sua adunanza del 22 novembre 2017, ha ritenuto opportuno svolgere le seguenti considerazioni in ordine alla norma in commento: “L’articolo de quo, che tra l’altro ripresenta alcune disposizioni già inserite in Disegni di legge presentati alla Camera e al Senato, si pone, nel suo complesso, in contrasto con consolidati principi posti a tutela della concorrenza. Il descritto intervento normativo, ove attuato nei termini proposti, determinerebbe quindi un’ingiustificata inversione di tendenza rispetto all’importante ed impegnativo processo di liberalizzazione delle professioni, in atto da oltre un decennio e a favore del quale l’Autorità si è costantemente pronunciata. Si tratta, infatti, di misure che, al di là delle motivazioni che le vorrebbero giustificare, ripropongono appieno gli stessi problemi concorrenziali che l’Autorità ha avuto in più occasioni modo di segnalare in tema di tariffe minime. Secondo i consolidati principi antitrust nazionali e comunitari, infatti, le tariffe professionali fisse e minime costituiscono una grave restrizione della concorrenza, in quanto impediscono ai professionisti di adottare comportamenti economici indipendenti e, quindi, di utilizzare il più importante strumento concorrenziale, ossia il prezzo della prestazione. In quest’ottica, l’effettiva presenza di una concorrenza di prezzo nei servizi professionali non può in alcun modo essere collegata ad una dequalificazione della professione, giacché, come più volte ricordato dall’Autorità, è invece la sicurezza offerta dalla protezione di una tariffa fissa o minima a disincentivare l’erogazione di una prestazione adeguata e a garantire ai professionisti già affermati sul mercato di godere di una rendita di posizione determinando la fuoriuscita dal mercato di colleghi più giovani in grado di offrire, all’inizio, un prezzo più basso. È noto, infatti, che la qualità di una prestazione professionale si percepisce nel tempo e, al momento della scelta, la reputazione del professionista assume un’importanza cruciale, scalfibile solo attraverso offerte particolarmente vantaggiose che inducono il cliente a dare fiducia a un professionista meno affermato. Sarebbero proprio i newcomer ad essere pregiudicati dalla reintroduzione delle tariffe minime in quanto vedrebbero drasticamente compromesse le opportunità di farsi conoscere sul mercato e, in definitiva, di competere con i colleghi affermati che dispongono di maggiori risorse per l’acquisizione di clientela, anche di particolare rilievo. Pertanto, la reintroduzione di prezzi minimi cui si perverrebbe attraverso la previsione ex lege del principio dell’equo compenso finirebbe per limitare confronti concorrenziali tra gli appartenenti alla medesima categoria, piuttosto che tutelare interessi della collettività”.
Avv. Giuseppe Acierno