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Le società di ingegneria e l’esercizio della professione a committenza privata.

Solo con l’entrata in vigore della Legge n. 183/2011 si è dato il via libera all’esercizio della professione ingegneristica a committenza privata mediante lo strumento societario. Prima di quel momento (il 1° gennaio 2012), le società di ingegneria potevano svolgere attività di progettazione e direzione dei lavori, unicamente, nell’ambito dei lavori pubblici.
Ciò è quanto precisato dalla Suprema Corte con una recentissima sentenza (Cass. civ., sez. II, 22/3/17), riguardante il tema delle prestazioni professionali di soggetti costituiti in forma societaria.
Nel ricostruire il complesso quadro normativo riguardante le società di ingegneria, la Corte ha rammentato che dalla seconda metà degli anni 70’, con interventi di carattere settoriali, il legislatore ha introdotto una serie di disposizioni che consentivano la costituzione di società di ingegneria, nella duplice forma del cd. commercial e del cd. consulting engineering. In tal modo, il legislatore aveva parzialmente abrogato il divieto di esercizio in forma anonima dell’attività ingegneristica, previsto dall’art. 2, L. n. 1815/1939.
Tuttavia, la Corte, chiamata a giudicare sugli incarichi affidati nel periodo antecedente al 1994, aveva circoscritto la validità degli stessi alla sola ipotesi in cui l’apporto intellettuale dell’ingegnere costituiva solo uno dei vari fattori del più complesso risultato promesso (ad es. di un’attività preparatoria e accessoria rispetto a quella di progettazione). Tale validità, diversamente, veniva esclusa in tutte le altre ipotesi in cui l’attività oggetto del contratto tra committente e società consisteva in un’opera di progettazione di ingegneria civile, interamente, rientrante nell’attività professionale tipica dell’ingegnere e dell’architetto. Pertanto, si riteneva “nullo il contratto che affida ad una società l’esecuzione di incarichi rientranti in pieno nell’ordinaria attività del libero professionista” (cfr. Cass. civ., nn. 10872/99, 10937/99, 24922/07): “La tesi della liceità degli incarichi di progettazione tout court faceva perno, sin da allora, sull’evoluzione normativa della disciplina delle società di ingegneria, in particolare sulla legge n. 109 del 1994, di cui si assumeva la natura ricognitiva. A parte l’ovvio rilievo della applicabilità della citata legge agli incarichi affidati successivamente alla sua entrata in vigore, questa Corte rilevò che la legge n. 109 del 1994 poteva considerarsi ricognitiva unicamente della “liceità” della costituzione di società di ingegneria (sent. n. 10872 del 1999), altro essendo l’ambito di operatività consentito”.
Invero, con l’introduzione di tale disciplina (L. n. 109/1994) il legislatore ha individuato, fra i soggetti idonei ad effettuare attività di progettazione, anche, le società di ingegneria (art. 17, L. n. 109/94). I requisiti tecnico-organizzativi che tali società dovevano possedere, ai fini dell’affidamento di un incarico di progettazione da parte di una stazione appaltante, erano e sono tutt’ora contenuti nell’art. 53, d.P.R. n. 54/99: “è agevole osservare che la disciplina sommariamente richiamata riguarda le società di ingegneria che operano nell’ambito del settore dei lavori pubblici”.
La trasposizione dei richiamati principi fuori dal settore dei lavori pubblici non è avvenuta neppure a seguito del successivo intervento del legislatore, attuato con la L. n. 266/1997. L’art. 24 di tale legge, che ha abrogato definitivamente il divieto di cui all’art. 2, L. n. 1815/1939, prevedeva, al comma 2, l’emanazione di un regolamento di fissazione dei requisiti per l’esercizio delle attività di cui all’art. 1 della citata legge del 1939.
Tale decreto, tuttavia, non fu mai emanato. Sicché, la disciplina dell’esercizio in forma societaria delle professioni regolamentate è rimasta priva di attuazione sino al 2012.
Infatti, il primo intervento in tale direzione si è avuto solamente con la legge n. 183/11, entrata in vigore il 1° gennaio 2012. Ai sensi dell’art. 10, “E' consentita la costituzione di società per l'esercizio di attività professionali regolamentate nel sistema ordinistico secondo i modelli societari regolati dai titoli V e VI del libro V del codice civile. Le società cooperative di professionisti sono costituite da un numero di soci non inferiore a tre” (co. 3). La norma, peraltro, abroga nuovamente il divieto risalente al 1939 e fa, espressamente, salvi i modelli societari già vigenti (fra i quali quelli di cui all’art. 17, l. n. 109/94).
Così ricostruito il sistema, e tenuto conto che nell’ambito delle limitazioni previste dall’art. 41, secondo e terzo comma, Cost. l’esercizio delle professioni intellettuali è rimasto oggetto di speciale disciplina, sia pure con forme, modalità e limitazioni diverse nel tempo e nel vario regolamento delle singole professioni, l’operazione ermeneutica richiesta dal ricorrente, il cui significato evidentemente trascende il caso in esame, si risolverebbe in una evidente forzatura del dato normativo, che dimostra appieno la difficoltà del percorso di affrancazione dell’ordinamento nazionale dalla tradizionale restrizione del mercato delle professioni ai soggetti giuridici, e in specie alle società di capitali. Si deve concludere, pertanto, che la società di ingegneria costituita in forma di società di capitali non potesse svolgere attività coincidente con quella riservata ai professionisti iscritti all’albo dopo il 1997, e che, di conseguenza, come affermato dalla Corte d’Appello, i contratti di affidamento in oggetto sono nulli per contrasto con l’art. 2231 cod. civ.”.
Avv. Serena Viola