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Nei concorsi pubblici non ogni “segno” costituisce violazione del principio dell’anonimato.

Con la sentenza n. 230/2017, il TAR Toscana, Firenze, sez. I, ha annullato la graduatoria risultante dalla prova scritta di matematica, classe di concorso A-26 (ambito disciplinare 7), stante la mancata correzione di un elaborato di un candidato, con la motivazione che lo stesso presentasse “evidenti segni identificativi”.
Il criterio dell'anonimato nelle prove scritte delle procedure di concorso (in generale, in tutte le pubbliche selezioni) costituisce la diretta applicazione del principio costituzionale di uguaglianza e, nello specifico, di quelli del buon andamento e dell'imparzialità della pubblica amministrazione, la quale deve operare le proprie valutazioni senza lasciare alcuno spazio a rischi di condizionamenti esterni, garantendo, contestualmente, la par condicio tra i candidati.
Tale criterio assume una valenza generale e incondizionata, mirando ad assicurare la piena trasparenza di ogni pubblica procedura selettiva e costituendone uno dei cardini portanti.
L'esigenza dell'anonimato si traduce, infatti, a livello normativo, in regole che vincolano rigidamente il comportamento dell'amministrazione, imponendo una serie minuziosa di cautele e accorgimenti, diretta conseguenza della ratio legis di qualificare la garanzia e l'effettività dell'anonimato quale elemento costitutivo dell'interesse pubblico primario al cui perseguimento tali procedure selettive sono finalizzate.
Tornando al caso esaminato dal Tribunale, il candidato escluso, sotto precisa richiesta di una domanda dell’elaborato scritto, doveva collocare la trattazione di un argomento matematico nell’ambito di una programmazione disciplinare di un istituto secondario di secondo grado. Il candidato esordiva così “CONTESTO: Classe V superiore – Liceo Scientifico di Livorno” (liceo di provenienza del candidato).
La commissione giudicatrice ha ritenuto tale indicazione come potenzialmente idonea all’individuazione dell’identità del candidato e, pertanto, ha annullato la prova escludendo il candidato.
Sennonché, il TAR, seguendo un percorso logico diametralmente opposto, afferma che “La predetta indicazione non appare violativa del ricordato principio di anonimato, non assumendo essa i caratteri rilevatori di un intento di farsi riconoscere e di evidente anomalia rispetto alle consuete modalità di redazione di una risposta ad una data traccia. Quest’ultima, infatti imponeva ai partecipanti di “collocare” la trattazione dell’argomento nel contesto “di un istituto”, in tal modo inducendo la legittima opinione nei candidati stessi di non solo potere, ma anzi di dovere riferire l’esposizione teorica ad una concreta realtà ed esperienza didattica collocata all’interno di uno specifico Istituto di istruzione”.
Prosegue il Giudice, “D’altra parte, il principio di anonimato (espressione del valore dell’imparzialità e buon andamento) va applicato con intelligenza, proporzionalità e correlazione con l’altro fondamentale principio di massima partecipazione possibile, a sua volta correlato con due valori anch’essi di rango costituzionale: quello del lavoro e quello del buon andamento, sotto l’altro profilo dell’ampliamento della platea dei partecipanti per innalzare la possibilità statistica di scegliere i migliori: sicché non ogni “segno” astrattamente idoneo al riconoscimento può assurgere a causa escludente.
La giurisprudenza, infatti, ha delineato i confini entro i quali opera la regola dell'anonimato, individuando nell'idoneità del segno di riconoscimento e nel suo utilizzo intenzionale, i due elementi costitutivi della fattispecie legale.
Quanto all'idoneità del segno, essa consiste, sì, nell'astratta idoneità del segno a fungere da elemento di identificazione, ma solo quando la particolarità riscontrata assuma un carattere “oggettivamente e incontestabilmente” anomalo, rispetto alle ordinarie modalità di estrinsecazione del pensiero e di elaborazione dello stesso in forma scritta…quanto all’elemento psicologico della fattispecie, si è escluso che possa operare un automatismo tra astratta possibilità di riconoscimento e violazione della regola dell'anonimato, dovendo emergere elementi atti a provare, anche qui in modo oggettivo ed inequivoco, l'intenzionalità del concorrente di rendersi riconoscibile”.
Pertanto, il TAR conclude affermando, nel caso di specie, l’assoluta mancanza tanto dell’idoneità del segno a fungere da identificativo, quanto nella mancanza dell’elemento psicologico caratterizzato dalla volontà di farsi riconoscere.
Dott. Giuseppe Acierno