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Obbligo d’iscrizione a Inarcassa per le prestazioni che presentano un “nesso” con l’attività professionale strettamente intesa.

Sussiste l’obbligo contributivo, in favore di Inarcassa, in capo all’ingegnere che, pur non svolgendo, in tutto o in parte, le attività tipiche della professione, espleti comunque incarichi che richiedono la competenza proprie dell’ingegnere. Ciò è quanto recentemente affermato dalla Suprema Corte (Cass. civ., Sez. Lav., 8/5/17, n. 11161), con particolare riferimento alle attività peritali svolte da un ingegnere, in materia di infortunistica stradale.
Secondo un risalente orientamento giurisprudenziale, l’obbligo di iscrizione alla Cassa e il conseguente versamento dei contributi ex art. 2, L. n. 6/81 richiedono l’effettivo svolgimento della pratica professionale e delle attività tipiche della professione, non potendosi ritenere sufficiente l’espletamento di incarichi solo potenzialmente ed intellettualmente collegati alle conoscenze e alle competenze dell’ingegnere. L’onere di provare l’effettiva riconducibilità delle attività svolte all’esercizio della professione, infatti, rimarrebbe posto totalmente a carico della Cassa (cfr. Cass. civ. n. 7389/91; Cass. civ. n. 3064/01; Cass. civ. n. 11154/04; Cass. civ. n. 3468/05).
In particolare si riteneva che la L. 3 gennaio 1981, n. 6, art. 21, ponesse l’obbligo di iscrizione solo per quegli ingegneri ed architetti che esercitassero la libera professione con carattere di continuità e, quindi di effettività, in relazione ai contenuti tipici della stessa, fissati dalla L. 24 giugno 1923, n. 1395, art. 7 e del R.D. 23 ottobre 1925, n. 2537, artt. 51 e 52, restando irrilevante il fatto che la competenza professionale e culturale acquisita come ingegnere potesse influire sull’attività in concreto svolta (cfr. Cass. ord. 26/01/2012 n. 1139 cfr. in tal senso anche Cass. 12/05/2010 n. 11472)”.
Richiamando un diverso e più recente indirizzo, la Suprema Corte ha invece evidenziato “proprio con riguardo alla Cassa ingegneri ed architetti, che "l'imponibile contributivo va determinato alla stregua dell'oggettiva riconducibilità alla professione dell'attività concreta, ancorché questa non sia riservata per legge alla professione medesima, rilevando che le cognizioni tecniche di cui dispone il professionista influiscono sull'esercizio dell'attività" sottolineando che "la limitazione dell'imponibile contributivo ai soli redditi da attività professionali tipiche non trova fondamento nella L. n. 1395 del 1923, art. 7 e nel R.D. n. 2537 del 1925, artt. 51, 52 e 53, che riguardano soltanto la ripartizione di competenze tra ingegneri e architetti, mentre della L. n. 6 del 1981, art. 21, stabilisce unicamente che l'iscrizione alla Cassa è obbligatoria per tutti gli ingegneri e gli architetti che esercitano la libera professione con carattere di continuità" (cfr. Cass. 29/08/2012 n. 14684 e 15/04/2013 n. 9076)”.
In breve, secondo l’affermazione della Corte di Cassazione, nel concetto di imponibile retributivo devono ricomprendersi oltre alle prestazioni tipicamente professionali (ossia delle attività riservate agli iscritti negli appositi albi), anche quelle attigue, per ragioni di affinità, a quelle libero -professionali strettamente intese, rimanendone escluse solamente quelle che con queste non hanno nulla in comune.
Avv. Serena Viola