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Parto anonimo: deve essere garantito il diritto del figlio di conoscere le proprie origini.

Sebbene il legislatore non abbia ancora disciplinato le modalità di interpello alla madre naturale, per effetto della sentenza della Corte costituzionale n. 278/13 è stato riconosciuto il diritto potestativo del figlio adottivo che abbia compiuto i 25 anni d’età ad accedere alle informazioni relative alle proprie origini, anche nel caso in cui la madre naturale, al momento della nascita, abbia esercitato il diritto all'anonimato.
Su richiesta del Procuratore generale è stato chiesto alla Corte di Cassazione, ai sensi dell’art. 363, co. 1, c.p.c., l’enunciazione del principio di diritto al quale la Corte d’Appello di Milano avrebbe dovuto attenersi nel decidere il reclamo proposto dal figlio maggiorenne nato da parto anonimo, il quale aveva fatto istanza al giudice di verificare, attraverso un interpello riservato, la persistenza della volontà della madre di rimanere anonima.
Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, sent. del 25/1/17 n. 1946, hanno così affermato il seguente principio di diritto “In tema di parto anonimo, per effetto della sentenza della Corte costituzionale n. 278 del 2013, ancorché il legislatore non abbia ancora introdotto la disciplina procedimentale attuativa, sussiste la possibilità per il giudice, su richiesta del figlio desideroso di conoscere le proprie origini e di accedere alla propria storia parentale, di interpellare la madre che abbia dichiarato alla nascita di non voler essere nominata, ai fini di una eventuale revoca di tale dichiarazione, e ciò con modalità procedimentali, tratte dal quadro normativo e dal principio somministrato dalla Corte costituzionale, idonee ad assicurare la massima riservatezza e il massimo rispetto della dignità della donna; fermo restando che il diritto del figlio trova un limite insuperabile allorché la dichiarazione iniziale per l’anonimato non sia rimossa in séguito all’interpello e persista il diniego della madre di svelare la propria identità”.
La Corte ha evidenziato che l’enunciazione di tale principio deriva anche dalla necessità di dare piena attuazione ai diritti di matrice convenzionale e di interpretare il diritto interno in senso conforme alla CEDU e alle pronunce della Corte Europea. Proprio con riferimento alla disciplina dell’irreversibilità del segreto, con la sentenza Gobelli la Corte Europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per violazione dell’art. 8 CEDU, evidenziando che la nostra legislazione non opera un bilanciamento fra il diritto della madre biologica all'anonimato e quello del figlio adottato a conoscere la propria identità.
Del resto, seppure in termini più estesi e precisi, la pronuncia delle Sezioni Unite in commento conferma un orientamento giurisprudenziale che è emerso negli ultimi tempi. Con le sentenze nn. 15024/15 e 22838/16 la Corte di Cassazione ha già affermato il diritto dell’adottato ad accedere a informazioni relative alle proprie origini, anche nel caso in cui non sia più possibile procedere all’interpello della madre naturale per morte della stessa. Tali decisioni, come evidenziato dalle Sezioni Unite “mostrano di ritenere che già adesso il figlio nato da parto anonimo possa chiedere l’interpello della madre sulla reversibilità della scelta, e che la sentenza di costituzionalità abbia prodotto l’ulteriore effetto di sistema di rendere flessibile il rigore dello sbarramento temporale contenuto nel citato articolo 93 [del Codice in materia di protezione dei dati personali]”.
Dott. Giuseppe Acierno